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Il progetto Suncatcher, annunciato da Google lo scorso novembre, ha ritrovato slancio grazie al supporto dell’azienda di Musk. Insieme potrebbero creare una rete di satelliti alimentati a energia solare e dotati di chip per l’intelligenza artificiale. Ma per noi utenti cambierebbe davvero qualcosa?

Gestire i dati utilizzati dai modelli di intelligenza artificiale richiede infrastrutture molto complesse. Solo negli Stati Uniti, nel 2023, i data center hanno consumato 64 miliardi di litri d’acqua solo per il raffreddamento e il 4,4% dell’elettricità totale del Paese. L’intelligenza artificiale ha bisogno di sempre più energia, acqua e spazio. È un costo destinato ad aumentare, che già oggi ricade sulle comunità che vivono vicino a queste strutture.
La Terra non è in grado di sostenere questo ritmo di crescita. Google lo sa e sta già guardando verso l’alto. Letteralmente. L’azienda è in trattative con SpaceX, la società aerospaziale di Elon Musk, per portare i data center nello spazio e alimentare la prossima generazione di IA.
L’idea sembra uscita da un racconto di fantascienza, ma sta già prendendo forma. Secondo diversi report pubblicati questa settimana, Google starebbe negoziando accordi con SpaceX e altri fornitori del settore aerospaziale per dispiegare server orbitali in grado di elaborare informazioni al di fuori della Terra. Ma in che modo tutto questo riguarda noi, comuni mortali e utenti di queste tecnologie?
La crescita dell’intelligenza artificiale ha fatto aumentare drasticamente il consumo energetico dei data center tradizionali. Addestrare modelli di IA richiede enormi quantità di elettricità, sistemi di raffreddamento e spazio fisico, un insieme di esigenze che sta iniziando a creare problemi economici, ambientali e persino umanitari.
Di fronte a questa situazione, lo spazio si presenta come un’alternativa. In orbita, i satelliti potrebbero essere alimentati quasi in modo continuo dall’energia solare e sfruttare il vuoto spaziale per raffreddare i sistemi in modo più efficiente. Questo ridurrebbe parte dei costi legati al funzionamento degli enormi centri di elaborazione dati terrestri.
In questo scenario, SpaceX appare come l’alleato ideale. L’azienda ha una vasta esperienza nei sistemi di satelliti in orbita terrestre bassa, utilizzati per il suo servizio di internet satellitare Starlink, oltre ai vantaggi economici offerti dai suoi razzi riutilizzabili. Sono proprio questi progressi a rendere realistico il progetto di Google, riducendo i costi di lancio e gestione a livelli che fino a pochi anni fa sembravano impossibili da raggiungere.
Mentre entrambe le aziende portano avanti lo sviluppo del progetto, Google prevede già di lanciare due satelliti prototipo insieme a Planet Labs all’inizio del 2027, in quello che sarebbe il primo vero test della sua ambiziosa infrastruttura dati spaziale.
Anche se i data center nello spazio sembrano ancora una prospettiva lontana, questa idea potrebbe cambiare il modo in cui funzionano molti degli strumenti digitali che usiamo ogni giorno. Servizi di intelligenza artificiale, cloud storage, traduzione automatica, videochiamate, navigazione GPS o persino app mobili potrebbero dipendere, almeno in parte, da infrastrutture situate al di fuori della Terra.
Anche se il piano di Google e SpaceX punta soprattutto a risolvere un problema di natura economica per entrambe le aziende, potrebbe portare con sé anche effetti positivi per l’ambiente e per la vita sulla Terra.
Installare data center nello spazio permetterebbe di ridurre parte dell’enorme consumo di elettricità e acqua richiesto oggi dai server tradizionali. In pratica, questo alleggerirebbe la pressione sulle reti elettriche terrestri, sempre più sollecitate dalla rapida crescita dell’intelligenza artificiale e dei servizi digitali.
Inoltre, i sistemi potrebbero sfruttare le condizioni dello spazio per raffreddarsi in modo molto più efficiente, evitando il consumo di miliardi di litri d’acqua che oggi vengono utilizzati per raffreddare i data center in diverse parti del mondo.